Don Bartolomeo Corvo
1784 - 1852
Un uomo sopra cui posò l'abbondanza dei suoi doni lo spirito di Dio, fu al certo questo buon religioso, che, nell'umiltà della sua vita, rifulse d'ogni più eminente virtù.
Dio lo volle con i venerandi Padri Majetti e Priscolo fondamento della ricostituzione
dell'Ordine nostro nella Provincia di Napoli, dopo l'infausta soppressione del 1810.
Nacque il Corvo da ottima famiglia in Napoli, ed applicatosi agli studi con ottimo profitto,
riuscì perito nelle lettere sacre e profane.
Ancora bambino, ebbe la fortuna di avere a direttore del suo spirito un Santo, il Santo Bianchi,
che nell'anima di lui infuse germi vigorosi di cristiana virtù. Bartolomeo, fino alla morte del
Santo, conversò familiarmente con lui, cioè per ben 15 anni. Era discepolo prediletto del santo,
e quando questi, negli ultimi anni della sua vita, era tormentato da atroci spasimi alle gambe
ed aveva bisogno più che mai di amorosa cura ed assistenza, egli lo volle assistere.
Passato il Santo nel 1815 a ricevere il premio delle eroiche sue virtù, il Corvo volle essere il
fedele discepolo, l'amico sincero dei confratelli del Bianchi ed in modo speciale del P. Domenico
Majetti, e a questo religioso, di ben felice memoria, s'associò alla ripristinazione dei
Barnabiti a Napoli.
Entrò nell'ottobre del 1819 ed il 19 aprile dell'anno seguente ricevette l'abito nostro in
qualità di oblato.
Gli Atti di S. Giuseppe a Pontecorvo, con amorosa compiacenza, ci lasciarono memorie di questa
cerimonia con le seguenti parole, sotto la data surriferita: "Optimum, indefessus, ingenuus, ac
vere pius vir D. Bartholomaeus Corvo Neapolitanus habitum induit nostrum ut Oblatus".
E come nel secolo già si era reso ammirabile per le sue virtù, così nella Religione fu il più
perfetto modello di uomo religioso. Adempiva con massima esattezza, per elezione, a tutte quante
le prescrizioni delle nostre sante costituzioni.
E perché per la nobiltà della sua nascita, per la accurata educazione e per la sua erudizione
nelle cose sacre sarebbe facilmente avvenuto che professando solennemente i superiori l'avrebbero
costretto a ricevere gli ordini sacri egli, per amore allo stato umile, paventando l'altezza e
l'obbligazione del Sacerdozio, non mai si indusse ad emettere quei sacri voti, eleggendo così di
essere sempre abbietto nella casa del Signore.
Per più di 20 anni egli servì la Congregazione nel Collegio di Pontecorvo, insegnando, per ordine
dei Superiori, agli alunni grammatica, e spesso catechizzando pure. Si adoperava continuamente a
far prendere loro amore alle cose di pietà, e grandemente li edificava con la specchiata sua
vita, da indurre molti a rendersi religiosi.
Il concetto di santità, in cui era tenuto da tutti quelli che lo avvicinavano, fa sufficiente
fede delle sue rare virtù. I Superiori nel 1842, a cagione delle sue infermità, che da diversi
anni lo tormentavano, lo liberarono dal peso della scuola. Ma egli cercò di rendere questo
esterno sollievo, che la carità suggerì ai Superiori di prestargli, utile solamente allo
spirito; giacché, sebbene evidentemente apparisse che la regolare osservanza gli era di
gravissimo tormento al corpo, poiché aveva le gambe tutte ulcerate, e gli impedivano quasi il
poggiarvisi sopra, procurandogli così ad ogni passo acuto dolore, tuttavia fu sempre il primo
alle comuni osservanze.
Tale sistema di vita continuò fino al 1851 quando, mancategli le forze per intervenire alle
osservanze con la comunità, seguitò a praticarle nel modo migliore che poteva, raddoppiando il
fervore dello spirito nell'infermità della carne.
Ogni giorno, dopo lunga preparazione, riceveva fervorosamente la Comunione, e non si dipartiva
dalla Chiesa che dopo molte ore d'orazione. Questa frequenza quotidiana alla Comunione osservò
sempre sicché visse.
Dopo una vita costante nell'esercizio di tanta virtù, e dopo tante prove che, per mezzo delle
infermità, fu arricchito dal Buon Dio, finalmente dalla stessa bontà di Dio, "che atterra e
suscita, che affanna e che consola", fu chiamato a godere il premio meritato.
La sua morte fu la morte del giusto, tanto placida da riuscire inosservata a chi l'assisteva,
avendo conservata la solita giacitura in cui fu sempre ritrovato a riposare. La sua morte
accadde il 16 giugno 1852 in età di anni 68. Questo religioso chiamato "Vir eximiae sanctitatis"
pel credito che godeva, ebbe onori speciali.
Il Re di Napoli, Ferdinando, diede il permesso di seppellirlo non al cimitero comune, ma nella
nostra chiesa di Pontecorvo. La Curia Arcivescovile assistette alla reposizione delle sue
benedette spoglie fra la Cappella di S. M. Francesca delle Cinque Piaghe e la scala dell'atrio
della Chiesa, con la seguente iscrizione:
"D. Bartholomaeus Corvo, Oblatus Barnabita, annos natus LXVIII, quorum XXXII in Congregatione
consumpsit, obiit XVI Junii an. MDCCCLII. Postridie ejus diei, hic tumulatus. Depositi loco cum
interventu Rev.mae Curiae Archiepiscopalis Neapolitanae".
Mons. Aguilar, che ben lo conobbe da vicino, lasciò scritto che "D. Bartolomeo Corvo Oblato, era
uomo adorno, quant'altri mai, di sapere e di virtù, e che per amore di umiltà durò sempre nel
grado di oblato riputandosi indegno del Sacerdozio".
Ed il P. Baravelli, accennando a lui nella vita del B. Bianchi, scrive: "è trapassato non ha
guari D. Bartolomeo Corvo, in odore di santità, e con voci di stupende grazie ottenute per mezzo
di sue reliquie".
Concluderemo con il breve elogio degli Atti di Pontecorvo: "Anno 1852 Die 16 Junii Defunctus
vita est in Collegio nostro hoc D. Bartholamaeus Corvo Oblatus Clericus, nostri Ordinis fama
notissimus utique virtutum, ac optime de eodem nostro meritus Ordine".
(P. Luigi M. Levati - P. Eligio M. Gatti, Menologio dei Barnabiti. Vol. VI. GIUGNO - Genova, Tipografia Derelitti, 1934)

